Privacy

Ecco perché se Tor sciopera la privacy in rete è a rischio

Un gruppo di autoconvocati si ribella all’estromissione di Jacob Appelbaum dal progetto TOR e convoca uno sciopero per il 1 settembre

Il 27 luglio, con una mossa senza precedenti, sul blog del progetto Tor è apparso un comunicato in cui il direttore Shari Steele annunciava la fine dell’inchiesta interna sulle molestie sessuali da parte di uno dei più illustri partecipanti al progetto. Ma il suo nome era già sulla bocca di tutti, si trattava di Jacob Appelbaum, noto giornalista, hacker e attivista.

Un mese dopo un comunicato incollato su Pastebin, annunciava lo sciopero di Tor da parte di alcuni operatori del progetto, volontari e pare, interni, che, mettendo in discussione la correttezza di quell’indagine, invitavano a uno sciopero di 24 ore di tutta la rete Tor.

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Ora è noto che il progetto TOR, The Onion Router, progetto di anonimizzazione della comunicazione in rete è usato da giornalisti, blogger e attivisti che devono proteggere se stessi o le loro fonti dalla sorveglianza elettronica di gruppi criminali, hacker governativi e stati autoritari e che un’interruzione del network potrebbe rivelarsi pericolosa per coloro i quali non potranno fare affidamento sulla privacy delle loro comunicazioni, se non a proprio rischio.

Come funziona TOR

Ma facciamo un passo indietro e vediamo come Tor riesce a garantire privacy e anonimato e la soluzione ai sempre più frequenti problemi di censura in tutto il mondo.

Tor riesce ad anonimizzare i suoi utilizzatori perché impedisce l’analisi del traffico delle comunicazioni via internet, dal web surfing alle chat, proprio attraverso una rete di computer intermedi tra il client dell’utente e il server cercato, i cosidetti onion router, gestiti dagli stessi volontari che adesso minacciano lo sciopero. Grazie a Tor i dati trasmessi in rete sono protetti da tre strati successivi di crittografia, come una cipolla: da qui il nome del progetto: onion in inglese vuol dire cipolla.

Chi usa Tor

Per questa caratteristica Tor è stato usato dai cooperanti in zone di guerra per informare le autorità internazionali di abusi, attentati o della violazione di tregue in territorio di guerra, come è accaduto in Afghanistan, ma anche per creare gruppi di supporto legale ad attivisti e artisti come Ai Wei Wei in Cina durante una delle sue detenzioni per aver criticato il governo con delle opere artistiche (trecento zainetti buttati a terra a denunciare la morte di altrettanti bambini sotto i tetto di una scuola costruita male). Tor viene usato anche dai criminali che creano e accedono ai black market del dark web per i loro loschi traffici ma al contempo dalle biblioteche americane consapevoli che la loro missione è consentire agli utenti di accedere anche a contenuti controversi, di natura religiosa o sessuale. Per questo, nonostante l’uso criminale che può esserne fatto, i difensori della privacy hanno sempre sostenuto il progetto. Mentre quando è stato necessario, le forze di polizia e l’intelligence americana sono comunque riusciti a mettere il sale sulla coda a chi ne fa un uso criminale.

Cosa vogliono gli scioperanti

Tor consente di bypassare i filtri che stati repressivi pongono a guardia di contenuti che non vogliono far apparire sul browser dei propri cittadini e per questo è sempre più usato in tutto il mondo.

Ma non solo gli attivisti contro regimi autoritari fanno uso di Tor. A giudicare dall’elevato numeri di nodi della rete che offrono il servizio, tra sei e settemila, sono sempre di più anche i semplici cittadini che ne fanno uso, sopratutto per evitare di lasciare in mano alle corporation dei dati, le loro informazioni personali, e quindi le  tracce di gusti, preferenze, acquisti e relazioni sul web.

Perciò per lo sciopero del 1 settembre è bene che nessuno usi Tor. Questo è scritto nel comunicato degli ammutinati che hanno anche chiesto di spegnere l’infrastruttura, di smettere lo sviluppo del software omonimo e il mantenimento dei suoi pacchetti. E di avviare una discussione pubblica sul licenziamento di Jacop Appelbaum con l’hashtag #jakegate.

La protesta non si ferma qui. Non solo gli autoconvocati vogliono le prove definitive di questa inchiesta interna ma una spiegazione chiara della decisione di assumere un ex agente CIA a dirigere un pezzo del progetto.

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