Arturo Di Corinto

Arturo Di Corinto

Gen 23, 2017, 12:56pm

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Gen 23, 2017, 12:56pm

Infowar, netwar e cyberwar non sono la stessa cosa, ecco perchè gli hacktivisti non sono terroristi

La protesta digitale e la guerra dell'informazione sono diverse dalla cyberwar e gli hacktivisti lo sanno bene

Internet è da sempre un campo di battaglia per gli attivisti telematici contro la globalizzazione neoliberista e le sue storture. Ma un conto è la contestazione digitale, altra cosa è la cyberwar, usata solo da servizi segreti ed eserciti che per farla spesso assoldano mercenari digitali come gli APT (Advanced Permanent Threats)

hacktivism

La “guerriglia comunicativa” degli hacktivisti

Il defacciamento dei siti, i virus, le intrusioni e i DDoS di Anonymous hanno fatto parlare di una cyberguerra da parte degli attivisti digitali all’establishment. Ma queste pratiche di attivismo digitale, o hacktivism, non hanno niente a che vedere con le cyberguerre perché a differenze della guerre non mirano a distruggere e conquistare, ma ad occupare temporaneamente spazi di comunicazione per parlare ad una platea più vasta possibile.

L’antagonismo in rete rappresenta l’altra faccia della globalizzazione economica. Così come si intensificano gli scambi commerciali, l’economia diviene “virtuale”, e la legislazione rincorre, senza afferrarli, i cambiamenti sociali introdotti dalla comunicazione globale, così i movimenti sociali esprimono bisogni universali globalizzando la rivendicazione dei diritti attraverso mezzi di comunicazione indifferenti alle frontiere degli stati.

L’hacktivism è quindi cosa diversa dalle cyberguerre e dal cosidetto “terrorismo informatico”.
L’hacktivism è, in altre parole, l’uso di hacking skills (capacità da hacker) per supportare l’azione diretta dei movimenti politici di base. E’ bene chiarire, comunque, che c’è differenza tra l’infowar (guerra dell’informazione) e le netwar (guerre su internet) e fra queste e la cyberwar (guerra cibernetica). Vediamo perchè.

Infowar, la guerra di propaganda e la netwar

L’infowar è una guerra di parole, una guerra combattuta a colpi di propaganda. L’infowar si ha quando gli attivisti politici oltre che ad usare strumenti tradizionali di comunicazione (volantini, affissioni, annunci sui giornali), si armano di computer e cominciano ad usare la rete come mezzo per comunicare le proprie ragioni ad una audience globale, sfruttando le peculiarità di un mezzo potenzialmente accessibile a tutti da ogni dove, indipendentemente dalla collocazione spaziale e temporale degli attivisti e del pubblico. L’infowar costituisce spesso la contronarrazione al discorso dominante propagandato dai media mainstream.

Solo quando la rete viene usata come mezzo per realizzare azioni di protesta e di disobbedienza civile si parla di Netwar. E’ in questo passaggio che i computer e la rete Internet diventano strumento e teatro della contestazione, lo spazio dove la protesta, il rifiuto, la critica, espresse collettivamente, prendono forma e dalle parole si passa ai fatti. E’ questa la netwar.

Le infowar e le netwars sono pratiche di conflitto tipiche dell’hacktivism, le cyberguerre no.

Cyberwar, la guerra cibernetica

La cyberwar si riferisce alla guerra cibernetica, cioè a una guerra che usa computer e reti di comunicazione come fossero armi convenzionali appannaggio degli stati e degli eserciti. Oggi, con la diffusione della rete e delle pratiche ad essa associate sono emersi nel panorama digitale anche gruppi paramilitari e mercenari cibernetici che, al soldo degli stati, fanno la guerra al posto loro e in questo caso di parla di nation state hacker e di APT.

La cyberwar punta a smantellare i sistemi di comando, controllo e comunicazione delle truppe avversarie in una maniera intenzionale e pianificata che mette in campo ingenti risorse finanziare per la realizzazione di cyberweapons e molte risorse computazionali centralizzate per il deployment di queste “armi” sofisticate. Perciò la cyberwar è per antonomasia una guerra di eserciti e servizi segreti. Anche se questo non significa che gli attivisti politici non possano farvi ricorso in casi particolari.

Un mix di tecniche, tattiche e strategie

Le tecniche usate nei conflitti telematici sono spesso ibride e molteplici. Così come la protesta cibernetica si esprime in molti modi – le tecniche di interferenza e boicottaggio adottate nei vari contesti possono essere assai diverse fra di loro, ma spesso si distinguono per intensità motivazioni e numero di partecipanti alle azioni – la stessa cyberwar può fare uso di tecniche di propaganda ben codificate e di apposite “leggi di guerra”.

Le tecniche di infowar sono un miscuglio di campagne di informazione e di strategie comunicative derivate dall’arte di avanguardia e dalla comunicazione grassroots che mirano a mettere in cortocircuito l’informazione istituzionale cannibalizzando l’attitudine al sensazionalismo tipico dei media mainstream – tv, radio e giornali – e prendendosi gioco delle veline d’agenzia e del modo di costruire la notizia. In questo contesto nascono anche le bufale, oggi si direbbero “fake news”.

Poi ci sono le campagne d’informazione su Internet che altro non sono che l’estensione digitale di forme di comunicazione tipiche dei movimenti politici di base dove l’e-mail sostituisce il volantino, la petizione elettronica sotituisce il banchetto di firme all’angolo della strada, il sito web i manifesti murali e i cartelloni.

Il panico mediatico fa invece ricorso a notizie false per creare diffidenza e allarme. E’ il caso dei finti virus o della soffiata relativa ad una improbabile intrusione dentro sistemi informatici protetti.

Le netwar, invece somigliano assai di più alle forme di azione diretta e puntano a creare disturbo e interferenza nelle attività di comunicazione dell’avversario. Sia esso una lobby politica o una azienda multinazionale, un governo locale o sovranazionale. In ogni caso si tratta di iniziative collettive e pubbliche di comunicazione radicale. È quello che hanno fatto gli hacktivisti di Anonymous attaccando i siti della Sony, di Paypal, del Ku Klux Klan, di Trump eccetera.

Il netstrike, il mass-mailing, i defacement dei siti web sono invece le forme in cui in Italia, si è sovente articolata la protesta collettiva degli attivisti digitali. Pensate agli attacchi all’Expò, a quelli all’agenzia del farmaco o al sito del Familiy day.

Seppure diversi, i defacement stessi – la sostituzione di una pagina web con un’altra o con un messaggio irridente e critico – somigliano da vicino alla copertura di un cartellone pubblicitario o alle scritte sui muri. E anche in questo caso l’obiettivo è quello di appropriarsi di uno spazio per esprimere le proprie opinioni, anche quelle più estreme

Cyberwar

Le cyberguerre sono diverse. Tanto per cominciare non mirano a delegittimare oppure a contrastare l’avversario attraverso la propaganda (ma possono farne uso), piuttosto mirano a interrompere e sabotarne i flussi informativi, danneggiando le sue infrastrutture di comunicazione. È il caso del DDoS (distributed denial of service o blocco dei servizi) come accaduto alla grid elettrica ucraina nel 2015, del synflood (interferenza nei protocolli di comunicazione), del mailbombing, dei malware come lo Stuxnet (per bloccare le centrali iraniane di arricchimento dell’uranio). Ma la cyberwar usa anche il furto e della diffusione di dati di alto valore strategico. Come nel caso dei DNCLeaks in cui attori criminali hanno praticato con successo vaste campagna di spear-phishing.

No, la protesta digitale non è la cyberguerra.