Cybersecurity

Protezione della privacy. Sulla cifratura inviolabile l’Europa non riesce a decidere

Parlamento europeo e Commissione alle prese con un dilemma: garantire la privacy dei cittadini, o lasciare una porta aperta per l’accesso governativo?

Sarà una questione che si trascinerà per mesi, forse per anni: Parlamento Europeo e Commissione sono alle prese con una proposta di legislazione, attualmente in prima lettura, che cancellerebbe qualsiasi forma di backdoor di stato presente in qualsiasi software disponibile nel Vecchio Continente. Una misura pensata per garantire la privacy dei cittadini, ma che d’altra parte non lascia spazio di manovra a chi – forze dell’ordine in testa – auspica in una porta aperta per garantire la possibilità di accedere alle informazioni per garantire la sicurezza. Al momento, comunque, non sembra che ci sia un consenso granitico sulla strada da intraprendere.

La proposta in discussione al Parlamento

La posizione dell’Europa, se la proposta presentata a inizio giugno dovesse passare senza alcuna modifica, creerebbe una spaccatura significativa sul piano regolamentare con il resto del mondo: neppure il Regno Unito, così vicino eppur così lontano (Brexit a parte), pare convinto che tale posizione garantista per la privacy individuale si possa rivelare la scelta giusta a lungo termine. Sarebbe in ogni caso un’evoluzione decisamente interessante: il Vecchio Continente potrebbe trasformarsi, di colpo, in una sorta di paradiso della privacy grazie alla sua cifratura inviolabile, verso cui potrebbero confluire anche i dati personali di cittadini che risiedono fuori dall’Unione, dando vita a una sorta di nuova industria e creando nuove forme di business legate alla riservatezza.

Più in generale, anche e soprattutto sull’altra sponda dell’Atlantico, si ragiona invece in termini di backdoor di stato: lasciare una porta aperta in qualsiasi software e nella cifratura dei dati, un ingresso di servizio per intelligence e forze dell’ordine, così che in qualunque momento si possa accedere ai dati sempre più spesso cifrati su smartphone e nel cloud, che sia per combattere il terrorismo o per svolgere indagini giudiziarie.

La posizione della Commissione

La discussione dunque è aperta: l’iter di approvazione non sarà breve, visto che oltre all’approvazione del Parlamento sarà necessaria anche quella del Consiglio (è la normale, complicata, procedura per questo tipo di norme), e ci sarà tempo e spazio per un dibattito o per introdurre modifiche. Non manca una certa confusione a Bruxelles, visto che neppure in seno alla Commissione c’è una presa di posizione netta su tema: la nuova commissaria designata al digitale, la bulgara Mariya Gabriel, nel corso della propria audizione in vista della nomina definitiva si è mostrata ambigua per quanto attiene la linea da seguire.

Gabriel, come pure chi l’ha preceduta, cerca di tenersi in equilibrio tra la popolare posizione garantista sulla privacy e l’altrettanto giustificabile vocazione a un tecnocontrollo pervasivo: una cifratura a prova di indagini sarebbe una soluzione doverosa, che con un colpo di spugna cancellerebbe ogni tentazione draconiana che dal datagate in poi è divenuta oggetto di discussione politica. D’altra parte, con il tormentone della minaccia terroristica costantemente sulle prime pagine dei giornali, non si può non dare spazio (almeno nel dibattito) anche alla posizione diametralmente opposta.

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