34 aziende hi-tech firmano un patto per la cybersicurezza

Microsoft, Dell, Facebook, HP, Oracle e molti altri colossi della Silicon Valley (e non solo). Tutti uniti per far fronte comune contro la minaccia informatica

 

Un patto della concordia, una “Convenzione di Ginevra” sulla cybersicurezza: l’accordo firmato da 34 aziende è un piccolo passo verso la creazione di un fronte comune per la lotta ai criminali che fanno uso della tecnologia per invadere la privacy, i conti in banca, i PC e gli smartphone degli utenti. I firmatari, poi, si impegnano anche su un altro fronte: non offriranno supporto agli hacker di stato, non si renderanno partecipi di iniziative sponsorizzate da Governi volte a colpire i cittadini e le istituzioni di altri Paesi (o del proprio).

Non solo Silicon Valley

Tra i firmatari dell’accordo, in tutto 34 come detto, ci sono nomi di spicco dell’indutria IT californiana: da Dell a HP, da Oracle a Cisco. Ma non mancano nomi di spessore di tutto il panorama mondiale, con la newyorkese CA Technologies, la svizzera (per metà svedese) ABB, la spagnola Telefonica e la britannica BT, la tedesca SAP, la finlandese Nokia. E poi ci sono Facebook e Linkedin, le aziende di sicurezza Avast!, F-Secure, FireEye, Trend Micro, il chip designer ARM e altri player tecnologici come VMware, Microsoft e molti altri ancora.

La natura internazionale e trasversale dei firmatari dell’accordo dice molto sulla portata dello sforzo di Microsoft – che per prima aveva lanciato l’idea nel 2017 – per cercare di riunire più realtà possibili attorno a un’idea comune: a Redmond si sono già misurati molte volte con le questioni legate all’ingerenza delle istituzioni nella gestione dei dati privati dei cittadini (il caso delle email archiviate nel datacenter in Irlanda è approdato alla Corte Suprema), il vicepresidente Brad Smith ha più volte sostenuto posizioni molto rigide sulle garanzie da offrire ai clienti dinanzi alle conseguenze dell’avvento del cloud nel mondo dell’informatica.

 

L’obiettivo comune sarà quello di avviare partnership e collaborazioni sia per definire protocolli comuni di gestione della sicurezza, sia gestire minacce di varia natura con il supporto di tutta l’alleanza in modo tale da sventarle nel migliore dei modi e nel minor tempo possibile. Inoltre i firmatari si impegnano a evangelizzare e rendere partecipi gli utenti e i clienti, in un processo che dovrebbe aumentare la sicurezza generale.

Chi manca all’appello?

Per quanto siamo probabilmente difronte a un accordo storico, che pure dovrà essere confermato nei fatti nei prossimi mesi e anni, mancano alcuni nomi rilevanti all’appello: basti citare Apple e Amazon, o Google, solo per restare sulla costa del Pacifico degli Stati Uniti, player decisivi per costituire un fronte comune visto che sui loro server e sistemi transitano moltissimi dati dei consumatori che utilizzano i loro servizi e dispositivi. Non è improbabile che in futuro questi nomi entrino a far parte dell’accordo.

Altra mancanza, questa forse non risolvibile, è relativa alle grandi aziende d’informatica che vengono dall’Asia: mancano i marchi cinesi e russi, due teatri molto significativi che tuttavia difficilmente potranno entrare in questo patto a causa delle restrizioni imposte dai rispettivi Governi.

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