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Ott 25, 2018

Campagna Pro Brexit sui social, 11 milioni di utenti raggiunti: Facebook corre ai ripari

Secondo una recente scoperta un gruppo ancora da identificare avrebbe preso di mira gli utenti di Facebook con annunci politici a pagamento che promuovono un programma pro-brexit. Gli annunci hanno anche incoraggiato gli utenti ad effettuare pressioni sui propri parlamentari per votare l'accordo di Checkers - raccogliendo contemporaneamente gli indirizzi mail degli utenti

In seguito all’esplosione dello scandalo di Cambridge Analytica, Facebook si è mostrato sempre più impegnato nella lotta alle fake-news e ai contenuti mirati ad influenzare il processo democratico in diversi Paesi; eppure, sembra vi siano state delle falle nella strategia adottata dal gigante tecnologico, che pare non essere ancora sufficientemente preparato per arginare l’ondata di manipolazione politica in cui attori sia stranieri che nazionali si impegnano sulla piattaforma.

 

Pochi mesi dopo la scoperta che migliaia di annunci “pro-brexit” sono stati trasmessi durante la campagna referendaria indirizzati al fronte a favore della manovra, l’agenzia britannica 89up ha portato alla luce un’altra campagna simile messa in atto per diversi mesi sul social network da un misterioso sito di notizie.

Storie di pressioni fantasma

89up, che ha scoperto gli annunci digitali e che conta la campagna anti-brexit “Best for Britain” tra i suoi clienti, non ha fatto mistero delle sue simpatie pro-remainers. La società ha condiviso le proprie analisi con il comitato del Regno Unito per la tecnologia digitale, la cultura, i media e lo sport, il quale ha reso noto alcuni dati che dimostrano come Facebook abbia trasmesso annunci di chiaro favoreggiamento verso l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, per opera di una misteriosa organizzazione, per la durata di 10 mesi. Il comitato afferma che le pubblicità sono progettate per “influenzare in modo specifico i parlamentari”.

 

Secondo la relazione di 89up, questi annunci contenevano immagini create appositamente per circuire il target di riferimento: messaggi di incitamento, accompagnati da immagini, sarebbero apparsi sul feed di milioni di cittadini britannici. Dopo aver fatto clic su di essi, gli utenti venivano reindirizzati al sito web di Mainstream Network, da dove potevano inviare direttamente messaggi privati ad una pagina del collegio elettorale locale. Un altro clic generava un’e-mail pre-compilata al proprio parlamentare, con la richiesta di “chiedere al Primo Ministro di bloccare l’accordo checkers”, la proposta di Brexit di Theresa May.

 

Il rapporto evidenzia che Mainstream era presente in copia nascosta in ogni e-mail inviata, permettendo così al sito web di accumulare potenzialmente tutti gli indirizzi e-mail di migliaia di britannici sostenitori della Brexit, registrando le informazioni personali degli utenti. Queste informazioni, suggerisce il rapporto, potrebbero essere state utilizzate per perfezionare ulteriormente il targeting degli annunci, senza però rispettare le nuove regole generali sulla protezione dei dati personali (GDPR).

L’organizzazione alla base della campagna

Non vi è attualmente una chiara indicazione di chi vi sia dietro il gruppo, ma i numeri raccontano di un ampio raggio d’azione: una campagna per promuovere post attraverso i Social Network del costo approssimativo di 257.000 sterline (circa 290.000 euro) che ha permesso di raggiungere potenzialmente fino a 11 milioni di persone in tutto il paese.

 

Il sito web sospetto, chiamato Mainstream Network , è stato apparentemente lanciato a dicembre 2017 e pur pubblicando solo brevi notizie provenienti da diverse agenzie stampa, risulta chiaro il taglio comune pro-brexit.

 

Secondo la Commissione DCMS, alla base di questa campagna politica vi sarebbe un’organizzazione evidentemente strutturata, eppure al momento “solo Facebook è in grado di rilevare l‘identità di chi abbia pagato per questi annunci.”

 

Le pagine principali ricollegate al sito, sulle piattaforme social Twitter e Facebook, vantano un numero moderatamente basso di iscritti: 471 su twitter e 12.000 su Facebook, e allo stesso modo nessuno dei due account fornisce alcuna informazione su chi li controlli o finanzi.

 

Eppure, si dice che i 20 post più popolari di Mainstream su Facebook abbiano avuto reazioni da parte di oltre 140.000 persone. Inoltre, “il sito ha un approccio sofisticato ai contenuti, con oltre 700 pagine indicizzate su Google”, si legge nel rapporto. “Abbiamo ragione di credere che questo faccia parte di una sofisticata campagna pubblicitaria”.

 

Le conseguenze su Facebook

A seguito dell’uscita del rapporto, il 20 Ottobre alcune delle pagine di Mainstream che incoraggiavano i lettori a mandare e-mail ai loro parlamentari sono state oscurate e la stessa pagina Facebook non include più gli annunci, che sono svaniti all’inizio della settimana. Con tutta probabilità la rete Mainstream ha deciso di ritirare tutte le sue pubblicità piuttosto che lasciare la possibilità di identificare i suoi promotori.

 

La conseguente risposta porta alla luce, ancor più, come le nuove politiche intraprese da Facebook la scorsa settimana, tramite il lancio di una serie di strumenti atti a garantire la trasparenza prima delle elezioni locali del prossimo anno nel Regno Unito, si rendano necessarie al fine di contrastare tali fenomeni.

 

Dal 7 novembre, infatti, tutti gli inserzionisti su Facebook dovranno sottostare a nuovi requisiti prima di poter pubblicare annunci politici nel Regno Unito e dovranno, inoltre, confermare la propria identità e posizione attraverso un processo di autorizzazione, oltre a dichiarare con precisione l’organizzazione o la persona che paga per la pubblicazione di annunci che “fanno riferimento a figure politiche, partiti politici, elezioni, legislazione prima del parlamento e passati referendum che sono oggetto di dibattito nazionale”.

 

La nuova versione delle politiche di Trasparenza si applicherà anche agli annunci politici su Instagram e consentirà gli avversari politici di consultare i messaggi che gli oppositori stanno promuovendo, rendendo più facile anche per giornalisti e pubblico monitorare i ”legittimi responsabili.”

 

“Consideriamo questo come una parte importante per garantire l’integrità elettorale e aiutare le persone a capire con chi si stanno impegnando”, hanno detto i dirigenti di Facebook che hanno annunciato le nuove politiche, Richard Allan e Rob Leathern.

 

A differenza degli Stati Uniti, dove sono state lanciate le Norme di Trasparenza Politica pochi mesi fa, la versione britannica delle norme non richiederà che gli annunci su questioni politiche vengano catalogati e chiaramente contrassegnati come tali.

Una strada è ancora tutta da scoprire

Pur se è sicuramente da apprezzare lo sforzo di Facebook per contrastare le problematiche in oggetto, tuttavia, i dubbi permangono: l’identità delle organizzazioni che pagano gli annunci pubblicitari, anche alla luce di questi accorgimenti potrebbe rimanere oscura per gli utenti del Social Network: siamo sicuri infatti che una etichetta, per quanto visibile, che reciti “pagata dalla rete Mainstream”, sia sufficiente per svelare la grande pubblico la vera provenienza dei fondi che finanziano la propaganda?

 

Negli Stati Uniti, dove a maggio sono state introdotte le nuove regole di trasparenza unitamente a un “ad archive”, un archivio completo, le recenti notizie della stampa hanno evidenziato come i gruppi politici si rivolgessero a società a responsabilità limitata per pagare i propri annunci sui social media, nascondendo, allo stesso tempo, la reale provenienza dei fondi che finanziavano gli annunci.

 

La campagna “pro brexit” dovrebbe portare a maggiori interrogativi: diverse sono le voci a sostegno della necessità di una regolamentazione governativa delle inserzioni politiche, ed allo stesso modo è fondamentale esaminare qualsiasi violazione delle nuove regole sulla protezione dei dati personali. E la strada per una soluzione sembra ancora molto lunga…

 

 

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