Smartphone rubati e pc smarriti. 5 best practices per non perdere dati personali - Cyber Security
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Ultimo aggiornamento il 16 settembre 2019 alle 10:31

Smartphone rubati e pc smarriti. 5 best practices per non perdere dati personali

La Kingston Technology Europe  ha condotto un sondaggio per capire come si comportino gli utenti in fatto di back up e cosa significherebbe per loro la perdita dei propri dati

Nella società della trasformazione digitale il livello di attenzione da riservare alla protezione dei dati digitalizzati, personali e non, deve necessariamente essere equiparata, se non addirittura essere superiore, alla normale accuratezza che si riserva per soldi, documenti e beni di valore del mondo analogico, perché una loro compromissione per motivi accidentali o intenzionali con dolo, può comportare conseguenze e danni molto seri.

Sebbene questo concetto possa sembrare logico ai limiti dell’ovvio, buona parte degli italiani continua a essere poco attento in materia. Infatti, una recente ricerca ha evidenziato come genericamente si tema la perdita dei dati salvati sui propri dispositivi, ma non si introducano adeguate misure di protezione. A tal fine sono consigliate alcune best practice da adottare per tempo finalizzate alla prevenzione.

L’indagine sulla protezione dei dati

In occasione del World Back up day, giornata istituita proprio per ricordare che la protezione dei dati è essenziale e fissato al 31 marzo di ogni anno, come giorno antecedente al tradizionale “pesce d’aprile”, la Kingston Technology Europe  ha condotto un sondaggio per capire come si comportino gli utenti in fatto di back-up e cosa significherebbe per loro la perdita dei propri dati.

113 telefoni persi o rubati ogni minuto

Nonostante studi statistici dimostrino che ogni minuto 113 telefoni cellulari vengono persi o rubati, per un totale di oltre 162,000 unità al giorno e l’84% degli intervistati dichiari di aver perso i propri dati almeno una volta nella vita, il 55% dei rispondenti afferma di effettuare il backup dei propri dispositivi solo quando capita, mentre un disattento 13% non sa nemmeno di che cosa si stia parlando. Le percentuali sono apparentemente contrastanti con una percentuale del 47% dei rispondenti che afferma quasi all’unanimità, come all’interno dei propri device sia custodito praticamente tutto della propria vita: ricordi, agenda, contatti, password, dati sensibili, a fronte di un contenuto 27% che dichiara di aver salvato molto di quello che conta e di un esiguo 2% che sostiene di non avere informazioni importanti salvate sui dispositivi di uso quotidiano. Del 47% degli intervistati, sorprende come il 39% affermi che la perdita dei dati contenuti nei dispositivi mobili sarebbe “la fine del mondo”, mentre il 35% riconosca nel misfatto un problema, ma comunque risolvibile, dopo il disagio iniziale, contro un 25% che sarebbe letteralmente preso dal panico dalla scoperta improvvisa per la perdita dei propri dati.

La perdita dei dati è un evento poco probabile?

Dal sondaggio emerge anche che, nonostante gli episodi frequenti di cui si occupa la cronaca relativi ad attacchi hacker, smarrimento e manomissione di dispositivi, la percezione dominante sia quella di eventi poco probabili nel proprio caso, tanto che le cause di perdite dati più verosimili vengono invece attribuite a fattori accidentali quali furto e malfunzionamento dell’hardware.

I dati che maggiormente sono considerati preziosi e non si vogliono perdere sono principalmente fotografie e video per il 61%, seguiti da password e accessi ai vari siti e account per il 17%, documenti vari a seguire con il 14 %e i contatti della rubrica valutati solo nell’8% dei casi.

Dall’indagine emerge che il problema principale che previene dalla corretta protezione riguarda la scarsa confidenza con le operazioni di backup per le quali il 41% si affida al proprio intuito, il 25% prova a portare a termine l’operazione, ma non garantisce il risultato, e il 19% non saprebbe nemmeno da dove iniziare. Solo il 15% sarebbe in grado di eseguire facilmente un backup.

Stefania Prando, Business Development Manager di Kingston Italia conferma che sebbene gran parte dei dati siano ormai digitali, tanto che quasi tutti si affidino alla tecnologa per svolgere operazioni di vita quotidiana, tutt’ora si sottovaluta il verificarsi degli episodi di furto, attacco, malfunzionamento hardware e cancellazione più o meno accidentali dei dati stessi. Quindi manca una vera consapevolezza sul rischio.

Le Best Practices

Fabio Pascali, Country Manager Italia di Veritas Technologies sul tema sostiene che i dati potrebbero essere diventati il nuovo petrolio, ma molte persone non sono in grado di proteggere una risorsa così preziosa. “Più di un migliaio di telefoni cellulari, computer portatili e dischi rigidi vengono persi o rubati ogni giorno” continua il manager. “All’interno di questi dispositivi smarriti sono memorizzate proprietà intellettuale sensibili, dettagli riguardanti clienti e dipendenti e informazioni aziendali critiche. In molti casi, i dati non sono mai stati sottoposti a backup, il che significa che sono persi per sempre. Le aziende dovrebbero tenere sotto controllo i propri dati digitali ed educare i dipendenti sulle best practice in materia di etichetta dei dati e di salvataggio periodico degli stessi”. Per riprendere il controllo dei propri dati utenti privati e aziendali consiglia di:

  1. Eseguire il backup a intervalli regolari impostando un programma che periodicamente faccia più copie dei dati. Nell’eventualità di un blackout o di un attacco ransomware, si potrà cosi’ mantenere la resilienza del business e la continuità del business con la minima interruzione operativa o tempo minimo di ripristino.
  2. Applicare la protezione dei dati su tutti i carichi di lavoro. I dati crescono rapidamente diventando sempre più distribuiti, tra cloud, ambienti virtuali e piattaforme applicative. La protezione unificata dei dati è l’unico modo in cui l’IT possa fornire i livelli di servizio richiesti con costi e rischi limitati, sia che i dati risiedano on-premise o nel cloud.
  3. Isolare i backup: la tecnologia utilizzata per memorizzare i dati di backup non dovrebbe far parte del proprio network. Questo è particolarmente importante per gli attacchi ransomware. Il cloud pubblico può essere una soluzione affidabile e conveniente da configurare o facile da adottare quando l’azienda cresce e si evolve.
  4. La regola 3-2-1 che consiste nel conservare almeno tre copie dei dati, su almeno due dispositivi locali , con almeno una copia offsite
  5. Verifica del processo di recovery mediante l’esecuzione regolare di test ed esercitazioni per  garantire che i dipendenti acquisiscano familiarità con i processi coinvolti nel recovery dei dati di cui hanno bisogno. È necessario anche verificare che un sito secondario sia online in caso il sito principale non funzionasse, oppure che si possa recuperare un file a caso su un PC e verificare che sia identico all’originale.

 

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