Women for Security: come battere il gender gap nella Cybersecurity - Cyber Security
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Ultimo aggiornamento il 19 Aprile 2021 alle 8:00

Women for Security: come battere il gender gap nella Cybersecurity

Come intervenire per lo Skill gap nella Cybersecurity e per il gender gap nelle professioni? La risposta è nel maggior numero di donne nelle STEM e in una parità basata su interventi mirati

Il lavoro femminile è una risorsa importante del nostro paese. Ma quanto fatto fino ad oggi per sostenerlo e svilupparlo, non è abbastanza. L’ultima analisi di Confesercenti evidenzia perdite significative nell’imprenditoria femminile e purtroppo anche nel mondo del lavoro dipendente. Allo stesso tempo, nei settori STEM si lamenta uno skill gap importante e significativo. Il campo della Cybersecurity è fra questi. Un recente studio fa emergere come un terzo (31%) delle donne italiane che lavora nell’industria tech ha affermato che l’assenza di quote rosa nel settore le aveva scoraggiate dall’intraprendere una carriera in questo campo.

Una possibile risposta a questi gap di competenze e professionalità potrebbe arrivare proprio dalla assunzione di risorse femminili, purché aiutate e supportate adeguatamente a vari livelli: a livello welfare per il sostegno al worklife balance, economicamente se trattate alla pari in termini di salario e meritocraticamente, se considerate per il loro oggettivo merito e non in base a fattori discriminanti e pregiudizi di genere. Sul fronte femminile molto importante gioca il ruolo offerto dagli esempi femminili di professioniste che possono essere fonte di ispirazione. Da parte delle ragazze potrebbe invece essere necessaria una maggiore sicurezza nelle proprie possibilità, l’abbandono dei timori di non essere all’altezza e della ricerca della perfezione come unico requisito. Ma ancora molto gioca la formazione e il role modeling e il mentoring. Ne abbiamo parlato con Sofia Scozzari membro del direttivo di Women for Security, del Comitato Scientifico Clusit e co-autrice dell’ultima edizione del Rapporto Clusit.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I dati delle analisi Confesercenti

L’ultima serie di elaborazioni condotte dall’Ufficio Studi Confesercenti e pubblicate in occasioni della Festa della Donna ha evidenziato 6 anni di crescita ininterrotta dell’imprenditoria femminile, fin dal 2014, bloccata solo dalla crisi pandemica. Le analisi di Confesercenti hanno mostrato come dalla fine del 2020 si sia registrato un calo delle dello 0,29% delle imprese guidate da donne, per un totale di quattromila attività in meno rispetto al 2019. La perdita è ascrivibile interamente alle regioni del Centro Nord mentre il Mezzogiorno segna un +0,26%. La diminuzione è dipesa soprattutto dalle giovani imprenditrici: le aziende guidate da donne di meno di 35 anni di età hanno ridotto lievemente il proprio peso sulla componente imprenditoriale femminile. Le attuali 154mila attività di giovani donne sono l’11,52% del totale, mentre nel 2019 erano il 12,02%. In particolare, le regioni del Centro hanno ridotto la partecipazione femminile al mondo dell’impresa con un a diminuzione di poco superiore alle 2.400 nel 2020 rispetto al 2019 pari allo 0,81%. Nel Nord Est le imprese guidate da donne calano di quasi 1.500 unità (-0,63%), mentre il Nord Ovest registra un meno di 1.200 imprese femminili rispetto all’anno precedente (-0,39%).

Anna Maria Crispino, Presidente di Impresa Donna Confesercenti ha spiegato le ragioni della battuta d’arresto: “nonostante la sua natura resiliente l’imprenditoria femminile non ha potuto sfuggire alle difficoltà poste da lockdown e alle restrizioni nella dimensione familiare che sono state scaricate principalmente sulle donne. Molte imprenditrici, in assenza di una rete di welfare che permetta loro di conciliare vita familiare e lavoro, si sono fermate. Bisogna fare di più, ripensando gli strumenti di sostegno e creandone di nuovi. Un obiettivo che dobbiamo perseguire tutti: sostenere le imprenditrici vuol dire sostenere la crescita del PIL e l’occupazione del nostro Paese”.

 

La ricerca sull’occupazione femminile nelle professioni tecnologiche

Secondo quanto emerso dall’ultimo report di Kaspersky “Where are we now? Understanding the evolution of women in technology” un terzo (31%) delle donne italiane che lavora nell’industria tech ha confermato di essersi scoraggiata dall’intraprendere una carriera in questo campo a causa dell’assenza di modelli da seguire. La ricerca basata su un campione di 13.000 uomini e donne che lavorano nel settore IT, ha rilevato che più di un terzo delle donne italiane (39%) ha trovato lavoro in questo campo senza particolari incoraggiamenti, mentre il 37% è stato ispirato a ricoprire un ruolo in ambito tecnologico durante la formazione scolastica. Evgeniya Naumova, Vice President of the Global Sales Network di Kaspersky ha spiegato che “Nonostante i passi positivi che sono stati fatti per ribaltare gli stereotipi di genere in questo settore, riorganizzare le strutture organizzative e modificare gli atteggiamenti a livello culturale, un cambiamento risolutivo può avvenire solo attraverso una maggiore inclusività. In assenza di modelli da seguire, è difficile e scoraggiante per le giovani donne avere chiaro il percorso che le condurrebbe dalla scuola ad un lavoro nel settore tech fino poi a ricoprire anche ruoli più senior durante la loro carriera. La presenza di più donne nel settore potrebbe servire da esempio e riequilibrare le diseguaglianze di genere.

La ricerca ha evidenziato come Il 43% delle italiane intervistate ha indicato le capacità di problem-solving come abilità principale, mentre il 32% la retribuzione a testimonianza che sebbene non paritari rispetto ai colleghi maschi, le professioni STEM offrono benefici economici significativi rispetto ad altre professionalità. Purtroppo, questi aspetti positivi non vengono ancora correttamente comunicati alle giovani che potrebbero essere interessate. Migliorare il contesto attuale significa permettere ad altre donne di accedere ed eccellere in questo settore, diventando a loro volta esempi positivi e innescando così un circolo virtuoso.

 

In Italia alcune aziende sono intervenute per supportare il worklife balance, ma ancora non è stato possibile risolvere il salary gap, e dare piena attuazione all’articolo 37 della Costituzione Italiana, rendendo veramente paritario il lavoro delle donne nelle aziende grandi e piccole, con le stesse possibilità di carriera congiuntamente al ruolo della donna nella sua funzione familiare: ”La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione”.

Durante l’ultima presentazione del rapporto Clusit si è parlato anche di questi temi nel meeting delle Women for Security, una community di professioniste che operano nel mondo della sicurezza informatica in Italia. Sofia Scozzari membro del direttivo di Women for Security ha approfondito con noi alcuni aspetti che possono favorire il ruolo e la presenza femminile nelle professioni tecnologiche ed in particolare nella Cybersecurity.

Dato lo skill gap importante di competenze Cyber cosa va cambiato nella preparazione o nel mondo del lavoro per favorire queste professioni?

Bisognerebbe intervenire molto prima di quanto immaginiamo nella formazione, fin dalla scuola media sia per introdurre al maggior utilizzo del digitale, dello smartphone e della sicurezza correlata. Per la nostra generazione lo smartphone è l’evoluzione del telefono, ma di fatto è un computer sempre connesso in rete e noi come adulti non riusciamo a controllare tutto. La formazione dovrebbe generare una cultura verso il digitale, non solo legata alla sicurezza ma anche in una prospettiva abilitante per il mondo del lavoro. Si dovrebbe completare questo approccio, con percorsi di awareness per studenti professori e genitori, aggiungendo percorsi STEM per facilitare l’entrata delle donne in questi ambiti. Nel mondo del lavoro, nelle aziende, sono inoltre necessari interventi di awareness e anche investimenti in formazione continua, sia per seguire l’innovazione tecnologica, sia per il reskilling verso carriere IT. La crisi economica, la pandemia, hanno acuito quei cambi di rotta per cui spariscono alcune professioni, ma ne sorgono molte altre e questa flessibilità al cambiamento, questo investimento nelle persone che possono lavorare per l’azienda stando a casa è necessario, perché la concorrenza di azienda globali che assumono i talenti è inaudita.

La pandemia ha penalizzato anche molte donne sul posto di lavoro. Quali interventi a suo parere potrebbero incentivare un maggior coinvolgimento delle donne nel mondo del lavoro, nelle STEM ed in particolare nella Cybersecurity? 

Fondamentale per incentivare le donne è fare networking fra le donne per dimostrarsi che è fattibile lavorare in questo ambito e per superare l’insicurezza,  per capire e darsi una spinta. È importante anche incentivare percorsi di role modeling per far capire che ci sono già professioniste in questi ambiti rendendo evidente che queste professioni non sono inarrivabili. Anche questi sono pregiudizi da abbattere. Le donne si considerano spesso inadeguate, non a livello della professionalità che “crediamo ci venga richiesta”. Ecco credo che non dovremmo avere nessuna pretesa di perfezione e contare sul mentoring, con esempi significativi che possano dare indicazioni corrette. Sicuramente nella Cybersecurity lo Skill shirtage aumenterà ed saranno fondamentali non solo le figure di hacking, ma piuttosto professionist/e di vario spessore e tipologia: la comunicazione, il marketing, il project management, le aree di Audit e il legal che è fondamentale. Di fatto la Cybersecurity è trasversale all’azienda ed anche questo è un problema del tutto culturale.

 

Cosa consiglierebbe alle ragazze che si preparano a scegliere una professione?

Non si capisce perché le ragazze si fissino sul fatto che “essere nerd è male”, sicuramente questa parola è stata associata ad un’accezione negativa, ma invece è una professionalità molto smart! Per occuparsi di funzioni professionali in relazione alla Cyber non ci sono differenze fisiche: il collega maschio non ha una struttura psico-fisica-mentale migliore di me. L’unica vera differenza è pensare e credere di essere meno portate a questi ambiti. Le ragazze pensano di non esser in grado e di essere meno “smanettone”. Ma non è necessario essere genio e questo è esattamente vero anche per tutti gli altri ambiti lavorativi. Sono quindi necessari a mio avviso, interventi nelle scuole, anche per far capire che si può essere “nerd e felici” o “orgogliosamente nerd”, o “nerd e con una vita normale”. Le convenzioni sociali incidono e spesso le ragazze si fanno scoraggiare dai genitori. Di fatto nel mondo del lavoro le figure di cybersecurity sono sempre richieste e si tratta di un ottimo investimento economico, rispetto ai soliti ruoli tradizionalmente ancillari di segretaria, assistente o del pur acclarato ruolo dell’insegnamento. Ma questi concetti devono arrivare anche ai genitori che dovrebbero favorire quella emancipazione che potrebbe dare autonomia alle ragazze. Con il gruppo delle Women for security vorremmo avviare percorsi delle scuole per l’aumento della loro consapevolezza e per aiutarle a lavorare nelle discipline STEM, per aiutarle a fare network e per scegliere una professione che è perfettamente alla loro portata.

 

 

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